L’ eleganza del killer e altre farneticazioni

L’elezione al Quirinale di Sergio Mattarella sta causando in questi giorni parziali recuperi di memoria rispetto alle tragiche vicende siciliane che si svilupparono negli anni dal 1979 al 1982 e che compresero la barbara uccisione di Piersanti Mattarella, fratello dell’attuale Presidente della Repubblica.

Eppure chi avesse avuto interesse a capire aveva già abbondante documentazione da leggere e vagliare. Meglio tardi che mai, e così anche a Langley qui attorno si accoglie con interesse l’articolo di Corrado Zunino su “La Repubblica” del 6 febbraio 2015, in cui si fa riferimento alla “pista nera” imboccata da Giovanni Falcone nelle indagini per quell’omicidio, di cui abbiamo dato abbondantemente conto mettendo a disposizione online diverso materiale relativo alla fase istruttoria del processo per i “delitti politici”.

Colpisce nell’articolo di Zunino la citazione di una deposizione di Angelo Izzo al giudice istruttore di Bologna dell’8 aprile 1986 che costituirebbe la descrizione precisa dell’omicidio Mattarella:

“Fioravanti mi aveva raccontato di essersi vestito elegantemente per non dare nell’occhio, indossava un impermeabile bianco. Si è avvicinato e ha fatto fuoco con una 7,65 silenziata. Si spostava saltellando, aveva paura di colpire la moglie a fianco, forse l’ha presa di striscio. Carminati fungeva da copertura. Eseguito l’omicidio, hanno raggiunto Cristiano Fioravanti che aspettava nei pressi con una macchina”

Questa breve ricostruzione sembra in verità la sintesi di distinti episodi criminali che videro, a livello di presunzione, la partecipazione di Valerio Fioravanti. In particolare, in nessuna testimonianza relativa al caso Mattarella si fece riferimento all’impermeabile bianco: è certo che il killer indossasse, invece, un “piumino” azzurro, lo stesso indumento descritto dalla vedova di Michele Reina, Marina Pipitone, che riscontrò una fortissima somiglianza tra il killer di suo marito e l’identikit dell’assassino di Mattarella, riconoscendo successivamente, in un confronto dal vivo, la figura di Valerio Fioravanti.

Da dove spunta l’impermeabile bianco? Lo troviamo sicuramente nel delitto Pecorelli, in via Tacito a Roma, indossato da un killer alto e magro (almeno così fu percepito dalla segretaria di Pecorelli che osservò la scena dalla finestra).

Il killer di Mattarella certamente non sparò con una 7,65 silenziata ma con una rivoltella calibro 38, sostituita con un’altra arma una volta esaurito il round da sei colpi.

Altre analogie ricorrono tra i delitti Reina e Mattarella, in particolare per l’utilizzo dell’auto nel primo episodio criminale, che venne rubata poche ore prima in pieno centro, nei pressi del luogo del secondo delitto (via Nicolò Garzilli), provvedendo a sostituirne la targa posteriore (togliendo quella anteriore) con quella asportata, sempre nelle stesse ore, da un’altra macchina parcheggiata in piazza generale Di Maria (quindi sempre nella zona prossima a quel viale della Libertà che sarà teatro, pochi mesi dopo, dell’assassinio del Presidente della Regione Siciliana).

Tali circostanze assumono rilievo se si tiene conto dell’ipotesi, avanzata dagli inquirenti palermitani, che base dell’omicidio Mattarella fosse stata una casa nella disponibilità del neofascista Gabriele De Francisci, parente dell’allora prefetto Gaspare De Francisci (si veda in proposito http://ugomariatassinari.it/i-riciclati.html), messo a capo nel 1978 dell’UCIGOS (struttura investigativa centrale del Ministero dell’Interno) dall’allora ministro Francesco Cossiga. La casa “De Francisci”, in realtà di proprietà di una zia, avrebbe costituito una comodissima base di appoggio e di ricognizione perché si trovava a così breve distanza dall’abitazione di Mattarella che, affacciandosi a una finestra, si potevano scorgere le finestre dell’appartamento del politico siciliano. Tale circostanza veniva riferita agli inquirenti da Angelo Izzo, per averla appresa, senza specifica enfasi, dallo stesso De Francisci durante un periodo di comune carcerazione.

L’unione di tanti indizi non fa però una prova: in giudizio i killer neofascisti Fioravanti e Cavallini vennero assolti dal delitto Mattarella (nonostante la testimonianza oculare della vedova Irma Chiazzese che riconobbe in Fioravanti il “killer dagli occhi di ghiaccio” che sparò a suo marito) mentre la loro posizone relativamente al delitto Reina fu fin dall’inizio marginalizzata, non venendo apprezzata la pur tardiva testimonianza della vedova Reina.

Ripetiamo quindi: Fioravanti e Cavallini sono stati assolti in quel processo e, benché vi fossero prove (testimonianza oculare) e molteplici e convergenti testimonianze (Cristiano Fioravanti, Angelo Izzo…) che difficilmente in altri processi avrebbero evitato a un comune imputato, per un delitto di quel tipo, una condanna all’ergastolo, dobbiamo oggi considerarli innocenti e vittime, loro malgrado, di in-credibili coincidenze e di una giustizia alla ricerca di se stessa in quello scorcio di XX secolo in cui si scrisse, ancora una volta con il sangue, una terribile pagina di storia, siciliana in parte, e non siciliana in tanta altra parte…

Come aveva previsto Leonardo Sciascia, sono prevalse le inevitabili e confortevoli ipotesi su un delitto interamente maturato e commesso all’interno di Cosa Nostra. Si potrebbe aggiungere anche, relativamente alle ipotesi, l’aggettivo “comode” e “gratificanti”.

Il quadro (o affresco?) testimoniale che si venne a determinare (rigorosamente dopo la morte di Falcone, e grazie alle recuperate memorie di autorevoli pentiti) pur non brillando per nettezza e attendibilità, ed essendo caratterizzato anzi da valutazioni di intrinseca evanescenza (perché basate sul “personale sentire” dei fatti di mafia, secondo Tommaso Buscetta, o sui ricordi indimostrati di Francesco Marino Mannoia e di Gaspare Mutolo), aveva tuttavia il non trascurabile pregio di non insinuare dubbi preoccupanti e di non stimolare la ricerca di ben più profonde e inquietanti connessioni tra ambienti e persone non necessariamente comprese nell’ambito delle organizzazioni mafiose isolane.

La verità convenzionale proposta e poi positivamente valutata dai giudici ricondusse il movente dell’uccisione di Mattarella al generico risentimento nei confronti dell’opera di moralizzazione della vita pubblica intrapresa da un Presidente comunque dimissionario e politicamente indebolito.

Inoltre, ma non meno importante, la narrazione del contesto in cui maturò il delitto fatta da personaggi quali Mutolo, Marino Mannoia e Buscetta non creava alcun contrasto con la linea portante della Procura di Palermo guidata da Gian Carlo Caselli, incentrata in quegli anni sull’accusa a Giulio Andreotti.

In buona sostanza, energie intellettuali e investigative, pur notevoli, furono concentrate su ipotesi accusatorie di alto valore simbolico, mediatico e politico (la condanna di Belzebù, nelle vesti dello “zzu Giulio”) a probabile discapito dell’approfondimento di linee di indagine ben più impegnative perché più profonde, più insidiose (tre magistrati che se ne erano precedentemente occupati furono fatti fuori col piombo, come nel caso del procuratore Gaetano Costa, o con il tritolo, come nel caso del consigliere istruttore Rocco Chinnici e di Giovanni Falcone) e meno in grado di assicurare quella visibilità che invece la spettacolarizzazione del processo Andreotti potè garantire a tutti i suoi protagonisti, pur concludendosi con il misero esito che conosciamo, dal  punto di vista della pubblica accusa.

Giorgio Siepe – McLean, VA – 6 febbraio 2015

 

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