Nessun’ altra domanda

da “La Repubblica”, 4 luglio 2016 – pag. 17


IL RACCONTO/PARLANO I DUE EX SCOUT CHE CONTRIBUIRONO ALL’IDENTIKIT

“Noi testimoni dimenticati vedemmo il killer in faccia il suo ghigno è un incubo”


SALVO PALAZZOLO

PALERMO, 4 luglio 2016. Quella mattina dell’Epifania del 1980, due scout correvano spensierati su una Vespa bianca. «Il viale della Libertà sembrava nostro, non si vedeva nessuno per strada», ricorda Francesco, aveva 15 anni e una divisa da “esploratore” nuova di zecca. Accelerava ancora, e non immaginava che quella mattina avrebbe cambiato per sempre la sua vita. Racconta: «All’improvviso sentiamo tre botti. Enzo mi dice: “Mortaretti a quest’ora?”. Mi guardo attorno: davanti a me, a sinistra, saranno stati cinquanta metri, c’è una 127 bianca con una persona al volante che è ferma nella corsia degli autobus. Ha il motore accesso, il fumo esce abbondante dal tubo della marmitta. E’ un attimo. Dal marciapiede spunta un giovane sui 25 anni, guarda verso di me, poi apre lo sportello della 127 e scompare».

E’ il killer che ha appena ucciso Piersanti Mattarella. Il killer con «gli occhi di ghiaccio» e l’andatura «ballonzolante» come dirà la vedova del presidente della Regione, la signora Irma Chiazzese. Oggi, dopo più di tre decenni, sono i testimoni oculari del giorno dell’Epifania a parlare di lui. «E’ una vita che mi porto dentro l’immagine di quel giovane che mi guarda – dice Francesco – come dimenticare il suo ghigno; ricordo una frangetta sugli occhi, forse indossava una parrucca colore castano scuro. Era alto 1,70-1,72, corporatura robusta, carnagione rosea. Aveva un giubbotto imbottito di colore celeste, con cuciture trasversali, pantaloni aderenti di colore scuro e scarpe di pelle di colore beige». Lo scout di trentasei anni fa oggi è diventato un poliziotto. «Ho avuto sempre dentro di me il desiderio di cercare la verità e la giustizia», sussurra. Quella mattina, Francesco e il suo amico si lanciarono all’inseguimento della 127 dei killer di Mattarella. Mai nessuno, a Palermo, ha inseguito dei sicari. «Ci sembrò la cosa più normale da fare – aveva 30 anni, era il capo scout – dico a Francesco: “Qua hanno sparato, vediamo dove vanno”. Facciamo cinquecento metri, una berlina bianca, forse una Fiat 124, si piazza davanti a noi, ci blocca. E l’auto dei killer gira in una traversa a sinistra, la via Mondini. Restiamo spiazzati, la 127 scompare. Decidiamo di tornare indietro».

Il presidente Piersanti Mattarella è ancora vivo. Attorno a lui, ci sono la moglie Irma, la figlia Maria, la suocera, si stavano preparando per andare alla messa. Il figlio Bernardo corre dentro a un bar, per telefonare alla polizia. Il fratello di Piersanti, Sergio, è già lì davanti a quella tragedia. «Il presidente ha dei terribili fori nel cappotto – ricorda Francesco – perde molto sangue. Lo tengo per un braccio, aiuto i familiari a tirarlo fuori dall’auto per caricarlo sulla volante che intanto è arrivata».
Una foto di Letizia Battaglia ha immortalato quei drammatici momenti. «Quando ho saputo che Sergio Mattarella era diventato il nostro presidente della Repubblica ho ripensato subito a quella mattina – ora si commuove Francesco – so che il nostro presidente non smetterà mai di chiedere la verità per tutte quelle persone che, come lui, non hanno avuto ancora giustizia. Dobbiamo insistere in questa ricerca, anche se la strada si presenta difficile». Pure quella mattina, i due scout si trovarono a insistere: «Andammo subito da un signore in borghese che aveva tutta l’aria di essere un poliziotto – ricorda Enzo – almeno due volte glielo abbiamo ripetuto: “Sono andati di là, sono andati di là”. Poi, finalmente, hanno capito che eravamo dei testimoni». Grazie ai racconti dei due scout, furono preparati un identikit e un fotofit dell’assassino di Piersanti Mattarella. «Da allora non siamo stati più chiamati», dice Francesco. «Nessuno ci ha più cercati per sapere di quella mattina. Solo una volta mi convocarono al processo per i mandanti, ma solo per sapere se confermavo o meno quello che avevo visto. “Certo che lo confermo”, dissi. Ma non mi fecero nessun’altra domanda. Nessuna».