6 gennaio 2015: trentacinque anni senza verità e senza giustizia 1

Sono trascorsi trentacinque anni dall’uccisione a Palermo di Piersanti Mattarella, lunghissimo periodo che non è bastato a sopire, tranquillizzare, affievolire memorie, soprattutto in Sicilia, terra in cui il ricordo di quella terribile Epifania del 1980 è ancora vivo, ferita aperta nella coscienza dei siciliani che nutrivano speranza di cambiamento.


Un processo insoddisfacente, svolto a dodici anni dai fatti e, per la parte che riguarda quel delitto, dopo l’eliminazione fisica del principale accusatore (quel Giovanni Falcone che aveva firmato, con la requisitoria sui cosiddetti delitti politici, la propria sentenza di condanna  a morte), non ha lasciato con il suo epilogo neanche una parvenza di verità giudiziaria che possa costituire uno spunto, un’indicazione per la ricerca della verità dei fatti e la comprensione dei loro “antefatti”.

Piersanti Mattarella

Si può fare qualcosa,  a tanta distanza di tempo, per fare emergere, seppure in una mera prospettiva storica, delle tracce per un’interpretazione genuina e più veritiera di quella tragica sequenza di sangue, iniziata a Palermo nel marzo del 1979 con l’uccisione di Michele Reina e conclusasi logicamente con il massacro di Pio La Torre e di Rosario Di Salvo nell’aprile del 1982?

Forse si, nonostante tutto, a onta di una lunga pausa della ragione e della memoria: sono possibili ricostruzioni più ricche e profonde del contesto in cui maturò quella campagna omicida, si può sperare in nuove tecniche di indagine su corpi di reato e altro materiale repertato sulla scena del delitto o di altri delitti, ed è forse ancora possibile attingere ai ricordi dei tanti, e diversi, occhi che videro l’agguato, oltre a quelli dei familiari, atterriti ma lucidi testimoni oculari.

Qualcuno vide di più, altri forse scorsero da lontano, ma seguirono con lo sguardo la corsa saltellante di quel killer dagli occhi di ghiaccio e dalle gote arrossate.

Qualcun altro, rimasto senza nome, si armò di coraggio e accompagnò a distanza i due sicari nel loro (forse solo temporaneo) allontanamento dalla scena dell’agguato, credendo perfino di riconoscere poco dopo l’assassino nelle sembianze di un “giovane con la giacca a vento azzurra” che lo osservava mentre segnalava alla polizia, da una cabina telefonica nei pressi di viale della Libertà, l’incredibile ritorno del colpevole sul luogo del delitto.

A questi ancora ignoti testimoni varrebbe la pena rivolgersi, chiedendo loro di raccontare nelle sedi opportune ciò che videro. Sono passati tanti anni, i rischi temuti, gli equilibri, i poteri di interdizione e di ricatto e minaccia sono profondamente cambiati, mentre rimane grande l’esigenza di fare chiarezza, non accontentandosi della vulgata del delitto mafioso fin qui, come ammoniva profeticamente Leonardo Sciascia in un articolo scritto la sera stessa dell’omicidio Mattarella, abbracciata in modo anche inconsapevolmente tranquillizzante e confortevole.

Come diceva Giovanni Falcone, delitti di quel tipo “trascendono” gli interessi di Cosa Nostra, e se li trascendono vi sono certamente soggetti esterni che quei delitti hanno ispirato o sollecitato. Nonostante qualcuno, cui auguriamo una ancora lunga ma meno venerabile vita, creda però che il delitto perfetto non lasci spazio alla ricerca della verità, giudiziaria o storica che sia, crediamo che si debba pretendere la verità, tentare di raggiungerla, senza mettere in pace la propria coscienza con le innocue condanne di mafiosi ottuagenari, componenti in via di estinzione della cosiddetta Cupola.

Giorgio Siepe – McLean, VA (USA), 6 gennaio 2015

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