Che strano avvocato

“Gli inquirenti non possono scoprire ogni responsabilità: alcuni delitti sono perfetti. Ma è ridicolo accusare i servizi segreti deviati o la P2. I servizi non sono stati riformati? La P2 non è stato sciolta d’autorità?” (Licio Gelli, 1989)


PANORAMA 13 agosto 1989

AFFARI ITALIANI MISTERI DI BOLOGNA / LA STRAGE DELLA STAZIONE E LA P2

CHE STRANO AVVOCATO

Prima accusava Gelli, poi i suoi giudici. Montorzi è stato ricattato? Perché? Cosa c’è negli archivi del Venerabile? Nulla, dice lui. Ma…

Intervista con LICIO GELLI di MARCELLA ANDREOLI

«Per carità, non usi la parola ricatto perché io di ricatti non ne ho mai fatti! ». Licio Gelli, sempre in gran forma nella sua villa di Arezzo, nega di aver influito sull’ultimo caso, quello di Bologna. Un avvocato di parte civile, Roberto Montorzi, da anni agguerrito difensore dei parenti delle vittime della strage di Bologna e dunque accusatore del Venerabile che per quell’eccidio è stato condannato, ha clamorosamente abbandonato il collegio di parte civile dopo aver parlato con lui, con Gelli. «È venuto da me, spontaneamente. Credevo fosse una trappola» – spiega il capo della loggia P2 – «invece si è fatto vivo una seconda volta, una decina di giorni dopo, per comunicarmi le sue dimissioni da quel collegio di legali che tanto ce l’hanno con me». Davvero un’autentica crisi di coscienza. Montorzi non solo ha lasciato il collegio di parte civile, restituendo oltretutto la tessera del Pci, ma ha cominciato ad attaccare i giudici di Bologna che hanno accusato Gelli. Nel frattempo un deputato socialista, Franco Piro, ha puntato il dito, pure lui, su Bologna e i suoi giudici. Come i giudici di Palermo, anche quelli emiliani hanno indagato sulle connessioni tra mafia, terrorismo nero, P2. I primi indizi sugli esecutori e sui mandanti dell’omicidio di Piersanti Mattarella, il presidente della Regione siciliana, sono emersi proprio a Bologna, dalle indagini sulla strage alla stazione.

Sergio Mattarella regge il corpo di suo fratello Piersanti

I familiari soccorrono Piersanti Mattarella colpito a morte il 6 gennaio 1980. Lo sorregge il fratello Sergio, fuori dall’abitacolo in cui restano attonite la moglie Irma e la figlia Maria (foto di Letizia Battaglia, 1980)

E ora che a Palermo quegli indizi si sono rafforzati è scoppiato il giallo delle lettere anonime. Sono ancora così forti i poteri occulti da riuscire a creare veri e propri casi giudiziari per inquinare o frenare i risultati delle indagini? «Macché poteri occulti» commenta sfrontatamente Gelli. «I poteri occulti sono un’invenzione giornalistica». Il Venerabile è a suo perfetto agio e dà l’impressione di avere più di un asso nella manica. Ha persino inviato, per il nono anniversario della strage di Bologna celebrato il 2 agosto, un provocatorio messaggio ai parenti delle vittime.

PANORAMA: Come ha potuto chiedere a quei parenti di unirsi  in un abbraccio comune?

GELLI: Anch’io sono una delle vittime. Quando vedo accomunare il mio nome a quelle cose tremende come le stragi, soffro. E soffro più di loro.

P.: Torquato Secci, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime, sostiene che lei è un vero mestatore.

G: Ah, quel signore, avvolto anche lui nel suo dolore. Mi dispiace per la sua età, però mi sembra che sia andato fuori dal seminato. Ci sono dei limiti e vanno rispettati. Ripeto, non ho attivato nulla: non una telefonata a quell’avvocato, non una richiesta, né tanto meno un accordo. E’ tutto arrivato cosi, all’improvviso… E su un piatto d’ argento. Nel mio libro, pubblicato di recente, ho dedicato pochissime righe alla verità sulla strage di Bologna perché, le confesso, sapevo di potermi rimettere alla coscienza di chi amministra la giustizia. E ora sto pensando che altre persone spiegheranno la verità.

P.: Vuol dire che altri seguiranno l’esempio dell’avvocato Montorzi? Da suoi accusatori si trasformeranno in suoi preziosi difensori?

G.: Insinuazioni, insinuazioni… La verità è che l’anno scorso, dopo che la Corte d’Assise ha dovuto assolvermi dal reato di associazione sovversiva, ha escogitato un’ulteriore accusa, quella di calunnia (per la quale Gelli è stato condannato a dieci anni, ndr). Ma calunnia verso chi? Verso i servizi segreti deviati… che nemmeno conosco. Ripeto: le coscienze dovranno ritrovare i limiti della decenza. Sto aspettando fiducioso che le coscienze si sciolgano.

P.: Sta aspettando o sta lavorando?

G.: Avverrà tutto spontaneamente.

P.: La accusano di voler delegittimare la magistratura di Bologna con l’obiettivo di trasferire il processo d’appello per la strage, che inizierà a ottobre, in un’altra sede giudiziaria.

G.: In un Paese civile, questo sarebbe già avvenuto. Come si può celebrare un processo proprio lì, in quel tipo di città, con quei magistrati, con quell’intreccio tra giudici, avvocati e un partito politico? Vedo che il Giornale sta facendo una bella inchiesta…

P.: Guadagnandosi anche una querela, con ampia facoltà di prova, del giudice Libero Mancuso, il suo accusatore.

G.: Il Giornale sta facendo chiarezza. Se poi è vero quel che sostiene, in una interrogazione, l’onorevole Piro, che non conosco, i fatti sono gravi: indagini deviate, perquisizioni illegali…

P.: Il presidente dei deputati comunisti Renato Zangheri chiede l’intervento del presidente del Consiglio per impedire che lei, Gelli, continui a inquinare la vita politica italiana.

G.: E’ un’aggressione incivile, non solo verso di me, ma anche per quel povero avvocato… Un avvocato in più o in meno nella parte civile cosa importa? Io non so proprio chi glielo abbia fatto fare a convertirsi.

P.: Davvero non lo sa?

G.: Questo è venuto da me, io diffido. L’ho lasciato parlare e l’ho ascoltato senza dire una parola. Poi l’ho accompagnato alla porta.

P.: Cristiano Ravarino, che ha condotto l’avvocato a villa Wanda e che lei ben conosce…

G.: Certo, certo… un giornalista legato ai servizi segreti americani… Quello che dice lui io non l’ho mai controllato.

P.: Ravarino, dicevo, la contraddice. Mi ha riferito che il colloquio è andato diversamente: una ventina di minuti di convenevoli, presenti lei e suo figlio Maurizio oltre a Ravarino e Montorzi. Al termine di quei venti minuti Montorzi le avrebbe detto testualmente: «Credo che i misteri della Repubblica non siano ricostruibili solo nelle aule giudiziarie». E avrebbe aggiunto un giudizio clamoroso: «Io sono convinto della sua innocenza a meno che lei, adesso, mi convinca del contrario». Ravarino e suo figlio Maurizio a quel punto si sarebbero defilati e lei avrebbe chiacchierato con Montorzi per un’oretta.

G.: Non ricordo la frase pronunciata dall’avvocato. Lo guardavo con grande diffidenza. Avevo davanti a me il mio più accanito accusatore. Non solo aveva chiesto la mia condanna nel giudizio per la strage di Bologna ma anche al processo a Firenze, per quell’accusa incredibile di aver finanziato i neofascisti (per la quale Gelli è stato condannato, ndr). Adesso quell’avvocato mi annunciava che aveva avuto una crisi di coscienza. Mi confidava che era stato condannato per una scelta politica. Mi spiegava che da tempo aveva preso le distanze dal collegio di parte civile, che era in disaccordo sulla composizione del collegio giudicante. Beh, proprio quel legale che mi ritrovavo da tutte le parti in lotta contro di me adesso era nel mio studio, a villa Wanda. Credevo a una trappola.

P.: Ha raccolto un fascicolo sul conto di Montorzi e l’ha usato contro di lui?

G.: Ma quale fascicolo. Io non ho nessun fascicolo, soltanto un archivio di articoli di giornale. Ed è da quell’archivio che da tempo sono venuto a conoscenza di questo benedetto Montorzi, così battagliero. Ma quando è venuto a trovarmi, era la prima volta che lo vedevo, tant’è che volevo chiedergli i documenti: avvocato, siamo sicuri che è proprio lei?

P.: Dal suo archivio… di giornali avrà saputo che Montorzi, prima di iscrivere al Pci e indossare la toga di avvocato, è stato un capitano dei carabinieri. Lei forse conosce quello che è stato un suo superiore, il colonnello Tuminello, iscritto alla Loggia P2?

G.: Certo che l’ho conosciuto. Era in servizio ad Arezzo. Ma non mi ha mai parlato di questo legale.

P.: Pochi giorni prima del 5 luglio, giorno in cui ha incontrato per la prima volta l’avvocato, Ravarino aveva consegnato a Montorzi un nastro con la sua voce. Cosa diceva? E lo sa che quel nastro è poi sparito dallo studio di Montorzi?

G.: Quale nastro?

P.: Il sindaco di Bologna Renzo Imbeni sostiene che qualcuno spande veleno e il riferimento è proprio a lei.

G.: Lui stesso dovrebbe essere il fornitore di questi veleni. Credo che ne abbia bisogno per potersi sostenere. Altro che aggredire un avvocato che ha dato le dimissioni! Ho avuto avvocati che mi hanno lasciato. Ma non ho mai gridato allo scandalo.

P.: I suoi legali non avevano però consegnato la lettera di dimissioni a Tina Anselmi, presidente della commissione parlamentare sulla sua loggia P2.

G.: Un avvocato si sostituisce. Solo che a Bologna hanno paura che Montorzi dica pubblicamente come si sono svolti alcuni fatti, dove sono stati concordati determinati giudizi.

P.: Come può farci credere a una spontanea crisi di coscienza? Montorzi non solo è stato un suo avversario, ma ha anche firmato un esposto contro la loggia bolognese Zamboni-De Rolandis, poi inquisita dalla magistratura. E’ vero che recentemente quella loggia le ha inviato una targa d’oro con incisa la frase: “A Licio Gelli, i suoi devoti massoni emiliani”?

G.: Sì, una gran bella targa.

P.: I giudici di Bologna e di Palermo sono insieme nella bufera. Gli uni e gli altri, alle prese con inchieste scottanti, denunciano manovre dei servizi segreti deviati legati alla P2.

G.: Macché servizi deviati. È la giustizia che non funziona. Una disfatta completa, come quella di Caporetto. Una vergogna dell’istituto giudiziario italiano. Ci auguriamo che sia l’ultima coda della cometa.

P.: Non ce l’ha forse con quei giudici perché hanno messo in luce i collegamenti tra mafia, servizi segreti e P2?

G.: Il processo per la strage di Bologna si è chiuso con una sentenza allucinante: non sono stati individuati né i mandanti né gli esecutori di quell’eccidio; eppure sono stati inflitti quattro ergastoli.

P.: Lei sta dicendo che anche Valerio Fioravanti, condannato come esecutore della strage, e indicato come il killer della P2, è innocente?

G.: Ho letto la motivazione della sentenza e non ho trovato le prove.

P.: Però avrà anche letto che uno dei suoi legali, cito testualmente, l’avvocato Di Pietropaolo, fece pervenire a Valerio Fioravanti un messaggio perché coprisse le responsabilità di Gelli nell’omicidio di Pecorelli…

G.: Sciocchezze, l’avvocato ha sporto querela.

P.: Avrà anche letto che il terrorista nero Angelo Izzo, ma non solo lui, ha rivelato che il presidente della Regione siciliana, Piersanti Mattarella, è stato ucciso proprio da Fioravanti. A volere la sua morte, dice Izzo (ma non solo lui), sarebbero stati, oltre alla mafia, gli ambienti imprenditoriali legati alla massoneria, nonché esponenti romani della corrente dc avversa a quella di Mattarella.

G.: Izzo? Parole di pentito. Come si fa a dar retta a persone che si sono macchiate le mani di sangue? Io, se fossi il presidente dell’associazione delle vittime delle stragi, avrei chiesto proprio a quei familiari: signori, siete favorevoli alla legge che consente ai pentiti di lasciare le patrie galere anche se hanno compiuto delitti atroci?

P.: Il sindaco di Palermo accusa i servizi segreti deviati di voler depistare le indagini sul delitto Mattarella.

G.: Una risata, sì, una grossa risata è la mia risposta.

P.: Persino il ministro dell’Interno Antonio Gava sostiene che le lettere anonime sono state scritte per bloccare l’inchiesta su quel delitto politico.

G.: Gli inquirenti non possono scoprire ogni responsabilità: alcuni delitti sono perfetti. Ma è ridicolo accusare i servizi segreti deviati o la P2. I servizi non sono stati riformati? La P2 non è stato sciolta d’autorità?

P.: Ma molte cose che lei aveva anticipato si stanno attuando. Per esempio, la diarchia De Mita ­Craxi: soltanto sette mesi fa lei anticipava che sarebbe finita: Presto, lasciamo lavorare la provvidenza aveva detto.

G.: Le mie sono soltanto previsioni. E’ un merito o una colpa se prevedo con un certo successo?

P.: Con la fine della diarchia è arrivato sulla scena politica un tandem che lei auspica fin dalla famosa intervista al Corriere della sera del 1980, Craxi e Andreotti.

G.: Sono contento che le cose vadano migliorando nel nostro Paese. Le intelligenze, messe assieme, producono grandi cose. E Craxi e Andreotti non sono soltanto intelligenti, ma molto preparati, sotto il profilo politico e anche sotto quello costituzionale.

P.: Si parla di normalizzazione con l’arrivo di Andreotti a palazzo Chigi.

G.: Si, è vero quello che si va dicendo. Si sta tornando a una normalizzazione. Andreotti è un uomo stimato, ha dedicato la sua vita a questo povero Paese. E l’Italia, sotto la sua guida, può stare tranquilla.

P.: Il suo archivio ricomincerà a funzionare?

G.: Ma quale archivio. Ho letto su Panorama dell’Operazione Minareto, un gran bel nome (il nome di recupero dell’ archivio uruguayano di Gelli a opera dei servizi segreti, ndr). Ma valeva la pena spendere tanto tempo e denaro per carte che non dicono nulla?

P.: Eppure due fascicoli del suo archivio, quelli su Francesco Cossiga e Costantino Belluscio, sono stati restituiti all’Uruguay senza trasmetterli, com’era doveroso, al Parlamento.

G.: Cossiga, Belluscio… Non ne so proprio nulla.

P.: Ma è vero che lei conosce personalmente Cossiga? Ed è vero che per il matrimonio di sua figlia Maria Grazia egli le fece avere un preziosissimo servizio di piatti?

G.: Col tempo si perde la conoscenza e anche la memoria… Se poi dovessi ricordare i regali che ho ricevuto, dovrei fare un elenco lungo cosi.

(Marcella Andreoli – Panorama)

Testata            PANORAMA

Data               13/08/1989

Numero          1217

Pagina             48