05.07.1985 – Dichiarazioni al G.I. di Palermo

AL G.I. DI PALERMO IL 5.7.1985 (Fot. 618011-618013 Vol. XII)

 

“Sono del tutto estraneo all’omicidio dell’On. MATTARELLA, come, del resto, a quelli dell’on. LA TORRE e del dottor REINA. Su di essi non ho alcun elemento di fatto da riferire. Devo, in proposito, far presente che non avrei alcun problema a dire tutto ciò che potesse essere a mia conoscenza, ma, ripeto, non ho elementi oltre a quelli di cui ho già parlato con il dottor CHINNICI.

D.R. In verità l’omicidio dell’on. MATTARELLA è una  «brutta storia», e non so se altri, che pure hanno ammesso le loro responsabilità in vari omicidi, sarebbero disposti a dire tutto ciò che, eventualmente sapessero. E ciò sia per problemi, di sicurezza nelle carceri, sia per problemi di «immagine» del gruppo di appartenenza.

D.R. Per quanto io ne so, il nostro gruppo non ha mai avuto rapporti con la mafia. Sapevamo che in giro si diceva che in Sicilia nulla potesse farsi senza il consenso della mafia.

D.R. I nostri obiettivi erano i magistrati, le forze dell’ordine ed i delatori. La mentalità della destra era «di vendetta», e volevamo replicare alle offese patite da magistrati, poliziotti, carabinieri, ritenuti nostri persecutori. I «politici» non erano un nostro obiettivo, per lo meno a quel tempo.

D.R. Non posso escludere che l’omicidio dell’on. MATTARELLA sia stato commesso da qualcuno appartenente al nostro gruppo, e ciò per ricambiare un qualche favore  ricevuto.

D.R. Sapevo dei rapporti che intercorrevano fra Alessandro ALIBRANDI, Massimo CARMINATI e Claudio BRACCI, che erano dei «politici». Sapevo che ALIBRANDI e CARMINATI davano in deposito quanto proveniva da rapine da essi compiute a GIUSEPPUCCI, collegato con ABBRUCIATI e DIOTALLEVI, a Roma, il quale, in cambio, pagava elevati interessi mensili.

I due, inoltre, riscuotevano crediti per conto del GIUSEPPUCCI, usando, al bisogno, anche le maniere forti. So che Walter SORDI ha accusato ALIBRANDI, CARMINATI e BRACCI di aver assassinato, a Roma, un tabaccaio per conto  del gruppo DIOTALLEVI ed ABBRUCIATI.

D.R. Non ho mai sentito il nome di Pippo CALO’ o di Mario AGLIALORO.

D.R. Non credo che mio fratello Valerio sia andato in  Sicilia per far fuggire CONCUTELLI; fra l’altro, poteva mantenere i rapporti con MANGIAMELI a Roma”.

In questo interrogatorio inizia a trapelare l’interno travaglio che finora lo ha trattenuto dal rivelare interamente la verità e, dalle frasi sopra sottolineate, ciò emerge chiaramente.

Queste contengono un implicito “messaggio”, il cui significato verrà, infine, messo in chiaro nelle dichiarazioni rese, qualche tempo dopo, al P.M. di Firenze dott. VIGNA.

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