25.05.1986 – Dichiarazioni al G.I. di Palermo

AL G.I. DI PALERMO IL 25.5.1986 (Fot. 633230 Vol. XX)

 Dopo aver confermato le precedenti dichiarazioni, Cristiano FIORAVANTI fornisce ulteriori dettagli in ordine alla fase preparatoria ed esecutiva dell’omicidio.

Anche  questo  interrogatorio evidenzia l’assoluta attendibilità intrinseca del dichiarante, il quale pone la
massima cura nel distinguere le notizie effettivamente apprese dalle proprie deduzioni (riguardanti, ad esempio, gli eventuali ruoli di Francesca MAMBRO e Gabriele DE FRANCISCI), dà conto degli interni conflitti emotivi che hanno determinato sue dichiarazioni in senso diverso (nel giudizio relativo all’omicidio di Francesco MANGIAMELI), offre una utile chiave di lettura dei contributi di altri “collaboranti” (Angelo IZZO, Sergio CALORE).

“… Confermo, previa lettura avutane, la dichiarazione da me resa ai GG.II. di Palermo il 29.3.1986.

Ribadisco di avere appreso direttamente da mio fratello Valerio che egli e Gilberto CAVALLINI erano stati gli autori materiali dell’omicidio dell’On.le Piersanti MATTARELLA e che tale decisione era stata preceduta da una riunione avvenuta in casa del MANGIAMELI, alla quale avevano partecipato, oltre a mio fratello stesso, il MANGIAMELI, la moglie ed un funzionario o un uomo politico della Regione Siciliana, che aveva fornito i particolari nelle abitudini del parlamentare siciliano, necessari per la consumazione dell’omicidio.

Io ritengo scontato che alla riunione avessero partecipato la MAMBRO, che non muoveva passo senza il Valerio, ed il CAVALLINI, essendo destinato alla commissione del delitto; ma trattasi di mie deduzioni personali.

Ribadisco che, sempre secondo mio fratello Valerio, Gabriele DE FRANCISCI gli aveva fornito la disponibilità di una casa nei pressi del luogo dell’assassinio; mio fratello, però, non mi disse che avevano fatto effettivamente uso della casa stessa.

Al riguardo faccio presente che la casa di appoggio viene usata solo quando ciò è reso necessario dalle modalità concrete dell’attentato e non quando l’azione fila via liscia e ci si può allontanare indisturbati.

A D.R. Mio fratello non mi disse come era venuto a Palermo e come ne fosse andato via; egli, infatti, si limitò a confessarmi di aver commesso l’omicidio in questione ed io, del resto, non avevo bisogno di chiedergli ulteriori particolari, dato che era evidente che si trattava di un episodio analogo ad altri da noi commessi che non richiedessero particolare spiegazione.

Egli mi avrebbe informato solo se nel corso dell’azione fosse intervenuto qualche fatto imprevisto, meritevole di particolare commento.

A D.R. Per quel che ne so, in Sicilia Valerio FIORAVANTI aveva rapporti solo con Francesco MANGIAMELI, l’unico che avrebbe potuto fare da tramite con i mandanti dell’omicidio.

A D.R. In sede di confronto con mio fratello Valerio, reso davanti al G.I. di Roma, dott. MONASTERO, mi sono reso conto che il predetto teneva una linea ostinatamente negativa.

Mi sono reso conto, però, durante quel confronto, che mio fratello era particolarmente oppresso dalle mie nuove accuse e ciò mi ha particolarmente toccato; pertanto, nell’udienza tenutasi successivamente     (il giorno dopo), davanti alla Corte di Assise di Roma, inerente all’omicidio MANGIAMELI, ho preferito dichiarare che quanto io sapevo  sull’omicidio MATTARELLA era frutto di mie convinzioni personali, che però avevo riveduto.

Trattasi, lo ribadisco, di un mio comportamento processuale motivato soltanto da ragioni di affetto nei confronti di Valerio, essendo emotivamente sconvolto dalla sua reazione alle mie accuse; peraltro, in quel confronto, io e mio fratello non avevamo toccato l’argomento dell’omicidio MATTARELLA.

Spontaneamente soggiunge: se ho riferito all’Autorità Giudiziaria quanto io sapevo sugli omicidi PECORELLI e MATTARELLA non è stato certamente per trarne vantaggi sotto il profilo personale.

Io sono stato arrestato nell’aprile 1981, prima che venisse approvata la legge a favore dei pentiti politici ed ho subito iniziato a collaborare con la Giustizia in misura veramente notevole.

Ho ammesso le mie responsabilità per gli omicidi di due Carabinieri, avvenuti a Padova il 5.2.81, e per questi reati sono stato condannato, in virtù del mio eccezionale contributo,   a tredici anni di reclusione, con sentenza ormai definitiva.

Nel procedimento in corso davanti alla Corte di Assise di Roma, ho ampiamente ammesso di avere commesso gli omicidi SCIALABRA e MANGIAMELI e non mi aspetto nessun particolare aiuto per quanto ho riferito in ordine a mio fratello.

Ho inteso soltanto, con la mia presa di posizione, far comprendere a Valerio che era giunto anche per lui il momento di chiarire le sue responsabilità, anche per comprendere io stesso chi sia veramente mio fratello.

Mi rendo conto, però, che per lui è impossibile compiere questo sforzo di autocritica, anche perché ciò significherebbe ammettere di essere stato strumentalizzato da altri e, cioè, da quei poteri occulti che noi abbiamo sempre combattuto e ciò egli non lo farà mai.

A D.R. Per quanto riguarda Angelo IZZO, debbo dire che non sono in grado né di confermare, né di escludere che Valerio possa avergli confidato qualcosa sugli omicidi PECORELLI e MATTARELLA.

Quello che mi sento di escludere – ben conoscendo Valerio – è che possa avergli confidati eventuali contatti con la mafia siciliana o con «la banda della Magliana».

IZZO, condannato all’ergastolo con pena definitiva, probabilmente ritiene che un suo contributo eccezionale in ordine ad alcuni c.d. «omicidi eccellenti» possa in qualche modo risolversi a suo favore ai fini di una riduzione della pena.

E’ assurdo, poi, che egli mi accusi di avere partecipato ad un omicidio come quello di PECORELLI, cui io sono del tutto estraneo e sul quale ho riferito quanto a mia conoscenza.

L’IZZO da tempo (dieci anni) è rinchiuso nelle carceri speciali e di storie su tanti fatti, spesso ingigantite o distorte, ne ha apprese parecchie.

Mio fratello, inoltre, era molto unito a Sergio CALORE, quale certamente avrebbe riferito di avere commesso gli omicidi in questione, se avesse voluto confidarsi con qualcuno; e ciò a differenza di IZZO…

A D.R. E’ vero, come la S.V. afferma essere stata riferito da Sergio CALORE, che io mi sono recato da Bruno MARIANI per ritirare un mitra UZI.

Ho eseguito questo incarico su richiesta di Valerio, che mi aveva detto che il mitra occorreva per consumare una rapina alla Chase Manhattan Bank di Roma.

Il mitra non è stato riconsegnato da me ed ignoravo che Valerio ne avesse richiesto il prestito a Sergio CALORE motivandolo con la necessità di impiegarlo per far evadere CONCUTELLI.

…Spontaneamente soggiunge: mio fratello non mi disse  di avere ucciso l’On.le MATTARELLA, bensì soltanto un uomo politico siciliano e che quest’ultimo era in compagnia della  moglie ed era di ritorno dalla messa; mi disse anche che lo  aveva ucciso con una rivoltella cal. 38.

E’ stato molto agevole, per me, sulla base di questi particolari, individuare l’uomo politico ucciso, anche a seguito di quanto riferitomi dai Magistrati con cui ho iniziato a collaborare.

Credo che queste mie dichiarazioni risalgano alla fine del 1982 – primi del 1983 -.

Nel periodo dell’assassinio, noi camminavamo armati normalmente con una rivoltella cal. 38, una pistola automatica bifilare, munizionamenti e una bomba a mano”.

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