Qualche riflessione sull’omicidio Mattarella dopo le esternazioni di Fioravanti.
(Stefano Giordano, 8 gennaio 2020, Facebook)
Gli schiaffi a Falcone
L’amico Damiano Aliprandi, a cui mi legano stima e affetto, ha recentemente pubblicato su Facebook un post ironico in cui se la prende con quelli che ipotizzerebbero delle, a suo avviso, strampalate ipotesi di convergenza di interessi tra terrorismo (nero e rosso) e mafia nell’omicidio Mattarella, comportamento che rappresenterebbe un “ennesimo schiaffo a Falcone”. Ho prontamente esternato i miei dubbi a Damiano che, secondo me, ha accostato fatti e avvenimenti stavolta in maniera impropria. Coerenza intellettuale e onestà proprio nei confronti dell’amico Damiano mi impongono di pubblicare questa riflessione. Non si tratta di rifare il processo a Fioravanti, che per la legge è e rimane innocente. Si tratta però di sgombrare il campo da deduzioni ed accostamenti di fatti a mio parere illogici e fuorvianti. Mi spiego meglio.
Invero, delle connessioni e convergenze, o addirittura compenetrazioni tra terrorismo neofascista e mafia è proprio Falcone a parlare, oltre che negli atti giudiziari anche e soprattutto nella clamorosa audizione al cospetto della Commissione parlamentare antimafia, i cui resoconti sono stati recentemente pubblicati integralmente.
Se di schiaffo quindi dobbiamo parlare, questo lo assesta il Fioravanti quando sostiene di avere avuto un colloquio a quattr’occhi con Falcone, senza avvocato, senza scorta del giudice e senza verbalizzanti, che sarebbero stati fatti opportunamente uscire dalla sala in cui si sarebbe svolto il surreale quanto improbabile dialogo.
Le “pressioni” su Falcone
Fioravanti non si rende conto della assurdità del suo racconto, e non dissimula evidenti segni di imbarazzo quando viene sollecitato rispetto ai fatti in Sicilia che lo videro sicuramente presente in tempi e luoghi corrispondenti a quelli dell’omicidio Mattarella.
Un altro episodio che, come raccontato, rischia di apparire foriero di mistificazioni, è il riferimento, fatto da Damiano il 5 gennaio 2020 (https://www.facebook.com/lincarcerato/posts/10215223137348698),all’attacco di Leoluca Orlando a Falcone del 1990 (quello sì un vero schiaffo a Falcone)
La citazione di Orlando appare, nella consecutio di interventi di Damiano sulla sua pagina, strumentale a corroborare la dichiarazione di Fioravanti per cui Falcone avrebbe “ricevuto pressioni” per incriminarlo. Giova però ricordare per amore di verità che l’accusa di tenere le prove “nei cassetti” era evidentemente, e del tutto notoriamente, riferita a presunte prove di colpevolezza del “livello politico” (ovvero quello in cui Orlando e una parte della sinistra collocavano i Lima e gli Andreotti), non era certo riferita ai neofascisti NAR che Falcone riteneva invece, e fermamente, responsabili diretti dell’omicidio Mattarella. Orlando & C. erano a quel punto focalizzati nella lotta contro Andreotti, assunto (a mio parere con un giudizio sommario e gravemente errato) quale motore immobile di tutto il malaffare siciliano e nazionale.
Aldo Moro e Piersanti Mattarella
Per altro verso, il riferimento ad Aldo Moro nel contesto dell’omicidio Mattarella è pertinente e d’obbligo: notoria è la vicinanza politica e umana a Moro di Piersanti Mattarella, e la percezione di pericolo per lui e i morotei siciliani dopo la strage di via Fani e la successiva uccisione di Moro è testimoniata da svariate, attendibili, fonti.
Le questioni mai risolte
Ci sarebbero peraltro delle circostanze che sarebbe bene che, ferma chiaramente la presunzione d’innocenza, Fioravanti riferisse, anche per accreditare la sua credibilità come dichiarante.
Valerio Fioravanti era presente a Palermo prima e dopo l’omicidio Mattarella nel gennaio 1980: cosa ci faceva, chi incontrava, dove dormiva, con chi si accompagnava?
Era in contatto con il leader locale di Terza Posizione, Francesco Mangiameli, poi ucciso a Bracciano nel settembre 1980 e incomprensibilmente “zavorrato” per affondare nel lago (comportamento poco coerente con l’intento esemplare del delitto relativo a un presunto “infame”), e maturò l’intento di uccidere anche la moglie e la figlia undicenne di Mangiameli: perché? Forse perché le donne avevano assistito a incontri nella loro abitazione tra il Mangiameli e i neofascisti romani in preparazione del delitto?
Era in contatto o no con Gabriele De Francisci, abitante a Palermo a pochi passi dall’abitazione della famiglia Mattarella e a poche centinaia di metri dai luoghi del furto dell’automobile dei killer (avvenuto il giorno prima del delitto) e di ritrovamento della stessa dopo il delitto?
Coincidenze
Quale rapporto di parentela intercorre tra Gabriele De Francisci (NAR) e Gaspare De Francisci (Prefetto, direttore dell’UCIGOS dal 1978 al 1981)?
Altre circostanze a carico
Le accuse più gravi e circostanziate furono mosse a Fioravanti Valerio da Fioravanti Cristiano: sono un lungo e doloroso cammino che portò Cristiano a precisare molti particolari del delitto riferitigli dal fratello. Lo stesso Cristiano spiega le pressioni, queste sì vere e documentate, affinché ritrattasse le accuse nei confronti del fratello. Quello è un percorso di vera catarsi interiore.
Cristiano Fioravanti si disse convinto dell’innocenza di Fioravanti rispetto alla strage di Bologna, ma affermò anche “finché continuerà a negare l’omicidio Mattarella, di cui so esser stato l’esecutore, avrò dubbi anche su Bologna”.
Cristiano Fioravanti non smentì mai le accuse, scelse tuttavia, per un comprensibile condizionamento da parte della famiglia, di non confermarle in dibattimento, e di interrompere la collaborazione.
Fioravanti venne riconosciuto dalla collaboratrice domestica dei Mattarella quando la sua fotografia venne mostrata in un telegiornale successivamente al suo arresto (1981).
Cristiano Fioravanti riferì che lui e suo padre, quando videro gli identikit relativi al delitto Mattarella, commentarono “è stato capace anche di questo”.
Valerio Fioravanti venne riconosciuto da Irma Chiazzese, che depose con molta chiarezza in aula durante il processo. Si tratta di un unicum giudiziario in cui la prova regina, quella del testimone oculare, viene scartata a favore di testimonianze de relato e deduttive fornite da Buscetta e Marino Mannoia solo e soltanto dopo l’eliminazione di Falcone.
L’esclusione degli esecutori materiali neofascisti viene ricondotta alla logica del “la mafia non affiderebbe mai la commissione di un omicidio a giovani venuti da fuori”, in cui si presenta come assodata l’ipotesi che sia stata proprio la “cupola” mafiosa a decidere e commissionare il delitto. Ma dal punto di vista dell’argomentare giuridico, il ragionamento potrebbe benissimo essere capovolto nel suo significato, a parità di enunciato: se fosse mafia, gli esecutori non sarebbero certo dei ragazzotti romani: quindi, poiché è invece molto probabile che proprio i ragazzotti siano i colpevoli (vedi le accuse di Cristiano e la testimonianza della vedova Mattarella), dobbiamo porci nella condizione di dubitare fortemente che si tratti di un delitto “classicamente” mafioso.
Si tratta infatti di un delitto di cui in tanti “pentiti” hanno ritenuto (sempre e solo dopo la morte di Falcone) di dover parlare, ma nessuno è stato in grado di indicarne credibilmente gli esecutori materiali. Dal punto di vista logico la responsabilità della cupola mafiosa è provata quanto il suo coinvolgimento nelle bombe del 1993 in via dei Georgofili, a San Giorgio al Velabro, a San Giovanni in Laterano… mentre la Presidenza del consiglio (con Ciampi presidente del consiglio) veniva isolata dalle comunicazioni telefoniche per tutta la notte.
I pentiti a discarico
Per tornare ai “pentiti” del dopo-Falcone, Buscetta sostanzialmente riferisce che, per il suo sentire di cose di mafia, il delitto non poteva essere delegato ai ragazzotti romani (sti cazzi), e non poteva avvenire che col consenso di Bontate, “competente” per territorio, tuttavia sarebbe stato in realtà commesso dai corleonesi come operazione false flag per causare danno a Bontate. Gli esecutori materiali via via proposti da diversi “pentiti” erano tutti scomparsi e il loro coinvolgimento era incoerente con tanti altri aspetti investigativi.
Marino Mannoia interviene per dire che anche l’espediente delle targhe rubate, tagliate e ricomposte come giustapposizione di spezzoni diversi, fosse una prassi della mafia. Un euro di premi a chi individua un delitto di mafia che sia stato portato a termine in quegli anni con questa bizzarra tecnica.
Sarebbe opportuno che Fioravanti chiarisse questo e altri punti che, fermo restando il ne bis in idem, potrebbero far luce sulle peculiari dinamiche di quell’efferato delitto.
I meriti di Fioravanti nel suo percorso di reinserimento sociale non potranno mai prescindere da una verace e non manipolativa collaborazione con la giustizia. E mi auguro per lui, per la Verità tutta e, se mi permettete, per i familiari delle vittime che questo avvenga a tutto tondo.
Stefano Giordano (da Facebook, 8 gennaio 2020)